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Coliche: quando il pianto sembra non finire Come sentirsi meno soli e quali strumenti possono aiutare

Una premessa importante

Prima di iniziare, so che questo tema è molto sentito dai genitori, per cui sento il bisogno di fare una premessa chiara. Non sono una pediatra né una professionista sanitaria, e questo articolo non ha l’obiettivo di fare diagnosi né di sostituirsi al parere medico. Quando si parla di coliche, o di pianto intenso e persistente, il confronto con il proprio pediatra resta sempre fondamentale.

Quello che troverai qui non è una spiegazione clinica, ma uno spazio di riflessione e accompagnamento. Uno sguardo che mette al centro l’esperienza dei genitori, la fatica emotiva dei primi mesi e alcuni strumenti di relazione e contatto che, per molte famiglie, possono aiutare ad attraversare questo periodo con un po’ più di sostegno.



Cosa chiamiamo “coliche”

La parola coliche viene spesso usata per descrivere quei momenti — o quelle settimane — in cui un neonato piange a lungo, con difficoltà a calmarsi, soprattutto nelle ore serali. Tradizionalmente si è parlato di un problema legato alla pancia, all’aria, alla digestione. Oggi sappiamo che la realtà è spesso più complessa.

In molti casi non viene individuata una causa organica specifica. Il pianto non è segno di una malattia, né di qualcosa che “non funziona” nel bambino. È piuttosto l’espressione di un sistema ancora immaturo, che sta imparando ad adattarsi a un mondo completamente nuovo. Questo non rende l’esperienza meno faticosa, ma può aiutarci a guardarla con occhi diversi.

Allo stesso tempo, il bambino con le coliche è un bambino che piange intensamente per molte ore al giorno per diversi giorni a settimana (tutti i giorni, direbbe un genitore sfinito!) e che mostra un palese dolore alla pancia. Il suo corpo diventa rigido, teso, così come l’addome e non tollera di essere toccato in corrispondenza della pancia.

Se vuoi saperne di più dal punto di vista medico ho trovato questo articolo interessante.


Il pianto che mette alla prova

Chi ha vissuto le coliche lo sa: non è “solo pianto”.

È la sensazione di averle provate tutte.

È la stanchezza che si accumula giorno dopo giorno.

È il dubbio silenzioso: “Perché non riesco a calmarlo?”

È il confronto con chi sembra cavarsela meglio.

È la paura di sbagliare, di non essere abbastanza.

È’ la ricerca di soluzioni (a volte mediche o cliniche) anche contrastanti tra loro.

Spesso i genitori arrivano a sentirsi impotenti, inadeguati, soli. E questo accade anche a chi si è preparato, ha letto, ha studiato, ha ascoltato consigli.

Le coliche non mettono in discussione l’amore o la competenza di un genitore. Mettono alla prova la resistenza emotiva, la capacità di restare presenti quando le risposte sembrano non bastare. La capacità di credere di essere dei bravi genitori anche se non si riesce a far calmare il proprio bambino.




Un neonato non si autoregola da solo

Nei primi mesi di vita il sistema nervoso del bambino è ancora immaturo. Questo significa che il neonato non è in grado di calmarsi da solo, di gestire stimoli, tensioni, disagi. Ha bisogno di un adulto che lo aiuti a farlo.

Il pianto, in questo senso, non è un capriccio né una richiesta da “aggiustare”, ma una comunicazione. È il modo che il bambino ha per dire: “Ho bisogno di te per stare meglio.”

Ed è qui che entrano in gioco il corpo, il contatto, la relazione.

Il contatto è il primo strumento

Prima delle parole, prima delle spiegazioni, prima delle soluzioni, c’è il corpo. Il corpo del genitore come spazio sicuro, come contenimento, come riferimento.

Il contatto fisico aiuta il bambino a:

  • regolare il respiro

  • trovare un ritmo

  • sentirsi sostenuto

  • ridurre lo stress

E aiuta anche il genitore a sentirsi meno distante, meno spettatore, più parte attiva della relazione.


Portare il bambino: perché può aiutare

Il babywearing non è una “cura per le coliche”. Non è una soluzione miracolosa e non funziona allo stesso modo per tutti.

Ma per molti bambini — e per molti genitori — può essere uno strumento di grande sostegno.

Portare un bambino significa offrirgli:

  • contatto continuo

  • una posizione raccolta e contenitiva

  • movimento ritmico

  • la possibilità di sincronizzarsi con il corpo dell’adulto

  • posizione pancia contro pancia che aiuta anche la stimolazione dell’apparato digerente.

Per alcuni neonati questo si traduce in un pianto meno intenso o più breve. Per altri significa semplicemente non piangere da soli.

C’è anche un aspetto spesso sottovalutato: portare può aiutare il genitore a sentirsi più competente, più attivo, di essere parte della soluzione e pertanto meno in balia degli eventi. E questo conta tantissimo nella relazione ma anche come rafforzamento della sua autostima.


Un altro effetto, più sottile ma molto concreto, è che il babywearing aiuta a proteggere lo spazio del neonato. Meno passaggi di braccio in braccio, meno stimoli non richiesti, meno mani che cercano di “aggiustare” qualcosa, quando non c’è niente da aggiustare ma solo da capire.

In momenti di forte sensibilità, come quelli legati alle coliche, anche questo può fare la differenza.


Il massaggio infantile: rallentare per ascoltare

Il massaggio infantile è spesso associato al rilassamento o al benessere fisico, ma il suo valore va oltre il gesto tecnico.

Massaggiare un bambino significa:

  • fermarsi, dedicarsi del tempo esclusivo

  • osservare e quindi capire il bambino

  • chiedere permesso e validare la sua volontà di essere massaggiato in quel momento

  • ascoltare le risposte del corpo e assecondarle, senza giudizio.

Durante le coliche il massaggio non è mai possibile, e va detto chiaramente. I bambini non sono disponibili, e forzare non aiuta.

Ma quando c’è apertura, il massaggio può diventare:

  • un momento di connessione

  • uno spazio di ascolto reciproco

  • un modo per aiutare la digestione

  • un’occasione per rafforzare la fiducia genitoriale.

Anche qui, il beneficio non sta nel “far passare” qualcosa, ma nel costruire relazione.


Ma ovviamente c’è anche la tecnica che entra in gioco. Durante il corso di massaggio impariamo infatti a massaggiare l’addome e ti insegnerò una sequenza apposita per le coliche che aiuta a prevenire i dolori alla zona addominale. Questa sequenza parte dal presupposto che il sistema gastrointestinale nelle prime settimane non è ancora sviluppato, e massaggiare secondo movimenti ben definiti e derivati dalle posture dello yoga, se praticate con costanza, possono dare sollievo anche dopo poche settimane.


Non esistono soluzioni valide per tutti

Ogni bambino è diverso. Ogni genitore è diverso. Ogni famiglia ha la propria storia.

Portare e massaggiare sono strumenti, non obblighi. Possono aiutare, ma non sono l’unica strada. E non funzionano sempre, nello stesso modo, in ogni momento. Non è magia e non sempre funzionerà, ma conoscere alcuni strumenti come quelli appena citati può migliorare il modo di affrontare questa enorme sfida delle prime settimane di vita dei bambini.

Affiancarli al supporto del pediatra, a una rete di aiuto, a momenti di riposo per il genitore è fondamentale.


Attraversare le coliche, insieme

Le coliche sono spesso un periodo. Intenso, faticoso, a volte estenuante. Ma passano.

Nel frattempo, forse non possiamo togliere il pianto. Ma possiamo cambiare il modo in cui lo attraversiamo.

Con più contatto.

Con più sostegno.

Con meno giudizio verso noi stessi.

E questo, per un genitore e per un bambino, è già moltissimo.


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