Babywearing e attaccamento: cosa mostrano davvero gli studi
Non è solo comodità: è un gesto che costruisce legame
Alzi la mano quante di voi hanno iniziato a portare il proprio bambino per avere le mani libere?
Oppure per tenerlo vicino mentre si fanno le faccende domestiche?
Lo ammetto: anche per me, da un certo punto di vista, è stato così! Il mio bambino "koala" non ne voleva sapere di stare giù nel lettino, nella culla, nel tappeto. Ma, se devo essere sincera, anch'io sentivo forte quel bisogno di protezione, di vicinanza, di “dipendenza” dal contatto.
Forse inconsciamente sapevo ciò che ora cerco di divulgare e di portare nella vita delle mamme.
E cioè che il babywearing non è solo praticità, ma è anche favorire l’attaccamento, essere più reattive ai segnali e ai bisogni del bambino, al senso di benessere che viene generato quando bambino e genitore stanno vicini.

Insomma, dietro quella sensazione di pace che si prova portando il proprio bambino addosso, la scienza ha iniziato a guardare più da vicino, e i risultati sono affascinanti:
Uno degli studi più significativi è una ricerca condotta su un gruppo di mamme adolescenti, una popolazione considerata più a rischio per lo sviluppo di un attaccamento insicuro nel bambino. Le mamme sono state divise in due gruppi: alcune hanno praticato il babywearing per un'ora al giorno, a partire dalle prime settimane di vita del bambino, per tre mesi; altre no. A sette mesi, i bambini portati mostravano più frequentemente un attaccamento sicuro, e meno frequentemente un attaccamento disorganizzato, rispetto ai bambini del gruppo di controllo. Non solo: più ore si portava il bambino, più alta risultava la probabilità di un attaccamento sicuro. Non è un dettaglio da poco, perché si tratta di uno studio con un disegno sperimentale, non solo di un'osservazione su chi già sceglieva di portare i propri bambini.
Ma cosa succede, concretamente, quando portiamo un bambino così vicino a noi? Il contatto fisico continuativo attiva il rilascio di ossitocina, l'ormone che la ricerca associa da tempo al legame tra genitore e figlio. È lo stesso meccanismo che entra in gioco nel contatto pelle a pelle, nell'allattamento, nelle carezze: il corpo, letteralmente, costruisce relazione.
C'è poi un altro tassello importante, che riguarda la responsività materna, cioè la capacità di cogliere e rispondere ai segnali del bambino. Alcune ricerche hanno osservato che le mamme che praticano il babywearing tendono a essere più sintonizzate sui segnali del bambino e più pronte a rispondere soprattutto ai suoi segnali positivi. È un po' come se la vicinanza fisica allenasse anche uno sguardo più attento.
Una revisione ampia della letteratura scientifica, pubblicata nel 2023, ha raccolto questi e altri filoni di ricerca, confermando che il babywearing sembra portare benefici concreti sia ai bambini che alle mamme — compresi, secondo alcuni studi correlazionali, una riduzione dei pensieri negativi ricorrenti e un maggior benessere psicologico materno durante il portare. È bene però restare oneste: gli autori stessi sottolineano che si tratta ancora di un campo di ricerca giovane, con studi spesso condotti su campioni piccoli. Non possiamo dire che il babywearing "crei" da solo l'attaccamento sicuro — l'attaccamento è un processo complesso, fatto di tanti gesti quotidiani — ma possiamo dire, con buona fiducia, che è uno di quei gesti che lo nutrono.

Ma sapere questo a cosa serve, nel concreto? Quindi come possiamo usare consapevolmente il babywearing per nutrire l’attaccamento?
Non ti spiegherò come indossare una fascia o come orientarti tra i diversi tipi di supporti che esistono (se sei interessata a questo aspetto, ne ho scritto qui > Come scegliere il supporto giusto), ma vediamo insieme come “vivere” il babywearing nel quotidiano.
Ci sono alcune regole d’oro, che se rispettate portano a migliorare l’attaccamento e, di conseguenza, coltivare la relazione con il tuo bambino.
Eccole:
Contatto visivo durante il portare: quando il tuo bambino è rivolto verso di te, il suo sguardo è a pochi centimetri dal tuo. Approfittane: mentre cammini per casa o ti fermi un attimo, cerca i suoi occhi, sorridigli. Non serve nulla di programmato, bastano quei pochi secondi di sguardo reciproco, magari mentre gli dici cosa stai facendo, per dirgli "io ci sono, e ti vedo".
Parlare o cantare al bambino mentre lo si porta: la tua voce, per lui, è un punto fermo, anche quando è portato sulla schiena e non può vederti. Raccontagli cosa state facendo insieme, "adesso stendiamo il bucato", canticchia la ninna nanna che conosce, oppure semplicemente respira e lascia che senta il tuo tono calmo. Non è la qualità del canto che conta, ma la costanza di quella presenza sonora che lo rassicura.
Notare e rispondere ai suoi segnali mentre è addosso: anche da portato, il bambino continua a comunicare, con un piccolo movimento, un cambio di respiro, un verso appena accennato. Prova a fare caso a questi segnali minimi e rispondi, anche solo con un gesto piccolo: una carezza sulla schiena, un cambio di posizione, una parola sussurrata. È proprio in questi scambi minuscoli e ripetuti che si allena la reciproca sintonia.
Come avrai capito, in questa materia, non esistono segreti e nemmeno strumenti magici, tutto dipende da come tu ti relazioni con il tuo bambino.
Il focus è sempre mostrarsi presenti, ed esserci davvero.
E no, non sentirti in colpa, se hai la testa tra le nuvole, se stai facendo la lista mentale delle milioni di cose che ci sono da fare in casa, se mentre sei con lui/lei l’attenzione è tutta da un’altra parte. È normale che sia così. Ma ciò che conta sempre e comunque, è rendersene conto e poi essere nuovamente disponibili e presenti.
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